FORMENTERA (29 aprile 2026) – Era il 1940 quando quell’angolo di paradiso terrestre che è Formentera si trasformò per due anni in un inferno di privazioni e morte. Nella zona de La Savina (a poca distanza da dove ora sorge il ristorante “Duo”) fu costruito quello che veniva chiamato semplicemente “Es Campament”, un campo di concentramento franchista destinato alla repressione dei prigionieri repubblicani dopo la fine della Guerra Civile Spagnola. Non si trattava di un campo di sterminio nel senso letterale del termine, ma di un centro di detenzione dove la morte sopraggiungeva, dopo terribili agonie. Per malattie e denutrizione. Le cifre negli archivi raccontano una realtà brutale. Oltre 2.000 prigionieri provenienti da tutta la Spagna, ammassati in baracche di legno e costretti a vivere in condizioni disumane, tanto che la struttura era stata soprannominata “il cimitero dei vivi”. La mancanza di acqua potabile e di igiene di base trasformò il campo in un focolaio di malattie: “Non eravamo prigionieri di guerra – raccontava uno dei sopravvissuti -. Eravamo scheletri che camminavano. Il mare incantevole era a pochi metri, ma per noi era solo un muro blu che ci separava dalla libertà“. Le condizioni di vita erano davvero estreme. Fame e malattie scandivano la quotidianità dei detenuti. Secondo le testimonianze raccolte, alcuni prigionieri cercavano cibo tra gli escrementi per sopravvivere, segno del livello di disperazione in cui versavano.
Venne poi chiuso nel 1942. E la sua chiusura fu determinata da una combinazione geopolitiche e dell’indignazione degli abitanti nel vedere quei poveri uomini ridotti in quella maniera. La ragione principale comunque fu di natura militare. Nel novembre del 1942, infatti, le truppe alleate sbarcarono nel Nord Africa (Operazione Torch). Il regime di Franco temeva che Formentera, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, potesse diventare un obiettivo o un punto di sbarco. E che venisse così scoperto quanto di terribile succedeva in quell’inferno. Nonostante poi il regime franchista cercasse di nascondere la situazione, la popolazione locale di Formentera vedeva i prigionieri ridotti a scheletri: l’orrore provato dagli abitanti contribuì quindi anch’esso a spingere per la chiusura.
Per decenni, la storia di “Es Campament” è stata sepolta sotto la sabbia e celato dal boom turistico dell’isola. Solo negli ultimi anni, grazie al lavoro di storici locali e associazioni per la memoria, si è tornati a parlarne. Ed è agghiacciante pensare che le stesse strade percorse oggi dai turisti verso le spiagge paradisiache di Formentera siano le stesse dove ottant’anni fa uomini venivano ridotti allo stremo delle loro forze e molti morivano. “Es Campament” rimane un monito sulla brutalità della repressione post-bellica in Spagna. Ricordare questi eventi non serve a riaprire ferite, ma a garantire che la bellezza di Formentera non ne oscuri mai più il passato doloroso, rendendo onore a chi pagò con la vita la propria fedeltà agli ideali democratici.




